Imprese riminesi sempre più internazionali.

L’indagine Export-Internazionalizzazione di Confindustria Rimini

Image  
    Le imprese di Rimini sono sempre più aperte ai mercati internazionali. 
I risultati dell’Indagine sul grado di internazionalizzazione delle imprese riminesi condotta dal Servizio Export-Internazionalizzazione di Confindustria Rimini, mostrano una sempre maggiore sensibilità delle imprese associate nei confronti delle attività legate all’esportazione.
  Rispetto allo scorso anno nel 2007 è aumentato, infatti, il numero di ditte che si affacciano fuori dai confini nazionali per ampliare e diversificare i propri mercati di sbocco (hanno risposto all’indagine 115 aziende associate, di cui 101 dichiarano di avere rapporti con l’estero. Nel 2006 erano 95).
Cresce il numero di aziende che decidono di intensificare la propria spinta all’internazionalizzazione integrando attività di import ed export (55 pari al 54,4% nel 2007, 49 pari al 51,6% nel 2006); crescono le aziende che fanno solo export (42, pari al 41,6% nel 2007, 40- 42,1% nel 2006); diminuisce, invece, il numero di imprese operanti su mercati esteri per le sole attività di importazione (4 oggi - 4%, 6 - 6,3% lo scorso anno),

In questa crescita si nota una minore percezione degli ostacoli all’internazionalizzazione dimostrazione di una maggiore esperienza e competenza delle imprese nella gestione delle proprie attività con l’estero, raggiunta anche grazie all’aiuto dato dall’attività dell’ufficio export-internazionalizzazione di Confindustria Rimini.

AREE GEOGRAFICHE
In generale le imprese esportatrici hanno puntato ad una grande diversificazione dei mercati di sbocco: nonostante il mercato più sviluppato si confermi quello Europeo (sia Europa Comunitaria che dell’Est), numerosi mercati extraeuropei si stanno dimostrando sempre più interessanti per le nostre associate. Questa tendenza è testimoniata dal dato relativo alle aziende con flussi esportativi verso il Nord America (che si conferma la terza area geografica di destinazione per importanza, con un 40,2% delle preferenze), verso i paesi del Medio Oriente (29,9%) e verso l’Asia (28,9%).
Il fenomeno si presenta in misura minore per quanto riguarda le importazioni dove restano predominanti Europa Comunitaria (69,5%) ed Asia (57,6%). Non è da sottovalutare, tuttavia, la posizione occupata dai paesi dell’Europa dell’Est (22%) dai quali è possibile aspettarsi grandi numeri in termini di crescita nei prossimi anni.
  Dall'esame delle prevalenti aree di destinazione e provenienza dei flussi commerciali, risulta che i paesi dell’Europa occidentale continuano a svolgere un ruolo fondamentale sia come mercati di sbocco (il 97,9% delle imprese esportatrici opera sui mercati dell’Unione Europea), che come mercati di approvvigionamento (il 69,5% delle imprese importatrici). 
Fra i mercati europei, Francia, Germania e Spagna sono i paesi verso i quali esporta la percentuale più alta delle imprese del campione (rispettivamente il 58,3%, il 56,3% ed il 55,2%), seguite da Regno Unito, Stati Uniti e Russia.
Differente situazione si presenta sul lato delle importazioni: il 43,1% delle imprese importatrici acquista dalla Germania, il 41,4% dalla Cina, il 24,1% preferisce il mercato spagnolo, seguito da quello di Francia e India (rispettivamente il 19% ed il 17,2%).
  I quattro settori produttivi che sono stati oggetto di analisi (meccanico, settore del legno, abbiglia mento/tessile/calzature ed agro-alimentare confermano di avere una interessante propensione ai rapporti con l’estero. Ciò è particolarmente evidenziato dall’elevato numero di paesi frequentati sia per esportare che per importare.
Per il settore meccanico, la Spagna è il principale mercato di destinazione delle esportazioni (63,6%), seguita da Francia e Germania (59,1%), Russia, Regno Unito e Belgio. Come provenienza delle importazioni, al primo posto troviamo la Germania (50%) e la Cina (41,7%), seguite da Spagna, Regno Unito e Taiwan.
Per il settore legno, in termini di esportazioni, la Francia (57,1%) costituisce il mercato principale, seguita da Regno Unito, Stati Uniti, Russia e Grecia. All’importazione, invece, le imprese operano con Germania, Cina, Giappone, Taiwan e Vietnam.
Per il settore del abbigliamento, /tessile/calzature le aree di destinazione prevalenti sono Francia e Germania con il 83,3%, seguite da Spagna, Stati Uniti e Russia (66,7%). Le importazioni vedono prevalere nettamente Cina (75%) e India (62,5%).
Nel settore agro-alimentare, per quanto riguarda le esportazioni, i mercati di destinazione su cui le imprese sono maggiormente presenti sono Germania e Stati Uniti (53,3%), seguite dalla Francia (46,7%). I flussi all’importazione sono concentrati principalmente in Germania (50%).
 

RAGIONI PER L'INTERNAZIONALIZZAZIONE

Le ragioni alla base del processo di internazionalizzazione sono, per la maggior parte, direttamente collegate alla fase di aumento delle esportazioni (81,2%). Rimane comunque importante il fine di diversificare i mercati di sbocco (69,3%).
Interessante è la diminuzione del numero di aziende che nel 2007 hanno segnalato tra le ragioni quelle legate all’utilizzo di fattori produttivi a basso costo.
  Rispetto ai dati dell’anno scorso, nel 2007 l'analisi settoriale afferma questo ordine di priorità: il 100% delle imprese del settore abbigliamento/tessile/calzature, l’88,2% di quelle agroalimentari ed il 75,5% di quelle metalmeccaniche segnalano come principale l’esigenza di aumentare le esportazioni, mentre l’88,9% delle aziende dell’industria del legno affianca in egual misura l’aumento delle esportazioni e la diversificazione dei mercati di sbocco come motivazioni retrostanti ad una maggiore internazionalizzazione dell'attività.
  Vale la pena notare, infine, che l’utilizzo di fattori produttivi a basso costo e il miglioramento degli standard produttivi, legati principalmente ad attività di ‘sourcing’ dall’estero, vengono presi in considerazione dalle imprese in maniera differente a seconda del loro settore specifico di appartenenza.
Il 50% delle aziende del comparto abbigliamento/tessile/calzature, infatti, ritiene prioritario l’impiego all’estero di fattori produttivi a basso costo, particolarmente nelle fasi intermedie della supply chain che richiedono un forte apporto di manodopera e non necessitano di alta flessibilità (confezionamento in serie, cucitura, taglio, ecc.)
Nell’ambito del settore agroalimentare, invece, risulta predominante (35,3% delle preferenze) il miglioramento degli standard produttivi.
  E’ un risultato pertinente alla sempre maggiore attenzione da parte del mercato alla qualità dei prodotti alimentari ed alle sempre più rigide certificazioni richieste dalle amministrazioni a livello internazionale. Sviluppare prodotti con standard qualitativi alti, rappresenta oggi una chiave necessaria per poter competere a livello globale.
  FORME DI INTERNAZIONALIZZAZIONE.
Rispetto agli anni precedenti, nel 2007 tra le aziende si vede diminuire l’interesse ad attuare politiche di penetrazione commerciale su mercati esteri tramite esportazioni dirette, in favore di accordi di collaborazione con operatori stranieri (53,5%). E’ un sorpasso dovuto, con tutta probabilità, al fatto che le imprese avvertono la necessità di rendere più solida la propria posizione all’estero, stringendo accordi con imprese locali ed acquisendo, di fatto, un avamposto logistico di notevole importanza strategica.
il 37,6% delle imprese del campione dichiara di prediligere la vendita senza intermediari al cliente finale. Tra le aziende che hanno citato la presenza diretta sui mercati esteri come forma preferibile di internazionalizzazione (8,9%) vi sono quelle di maggiori dimensioni, più propense a sostenere i grandi investimenti in termini economici e di risorse umane che tali progetti richiedono.
  Fra le diverse forme spicca la netta prevalenza degli accordi di tipo commerciale (90,7%), seguiti con grande distacco dagli accordi di subfornitura. Dato che evidenzia la tendenza delle aziende a ricercare collaborazioni all’estero per le attività di sbocco nel mercato, piuttosto che per quelle più “a monte”. Questo probabilmente perché i mercati esteri molto spesso richiedono un approccio graduale e perchè il concetto di internazionalizzazione continua ad essere inteso con un’accezione prevalentemente commerciale dove le attività di sourcing dall’estero, vengono ancora prese in considerazione principalmente per motivi legati alla competitività e come ‘scelta obbligata’, piuttosto che come effettiva opportunità.
Esiste, infatti, una netta prevalenza delle strutture commerciali, seguite da quelle di servizio. Addirittura nulle sono le strutture produttive.
    OSTACOLI ALL’INTERNAZIONALIZZAZIONE
Analizzando le tipologie di ostacoli percepite dalle aziende, in comparazione con il 2006, risulta evidente un costante decremento in termini di numeri assoluti e percentuali.
Ad esempio nel caso degli ostacoli conoscitivi, che restano comunque i maggiori, seguiti da ostacoli strutturali, dimensionali, finanziari e socio-economici, si è passati dal 96,8% del 2006 al 64,3% del 2007.
  Questo, come già accennato, grazie alla maggiore esperienza e competenza delle imprese nella gestione delle proprie attività con l’estero, aiutate nel percorso di interrnazionalizzazione dall’intensa attività dell’ufficio di Confindustria Rimini competente in materia che è riuscito, nel tempo, non solo a rispondere alle esigenze puntuali delle imprese associate, ma soprattutto a dare loro gli strumenti e l’orientamento necessario a renderle autonome.
In merito, fra le tante iniziative, citiamo ad esempio il progetto “One More Step in China”, nato per sensibilizzare e preparare le aziende all’approccio con il mercato e il nuovo servizio di Assoservizi Rimini: “Ricerche partner esteri” che ha l’obiettivo di effettuare una selezione mirata di contatti commerciali per paese in base a target concordati con l’impresa”.
  Osservando nel dettaglio ogni singola categoria di ostacoli si osserva che:
fra gli ostacoli conoscitivi la complessità maggiore si ha nell’individuazione dei partner stranieri;
fra gli ostacoli strutturali e/o di servizio a preoccupare le imprese contribuiscono soprattutto le complessità burocratiche nelle operazioni con l'estero;
per quanto riguarda gli ostacoli socio-economici e/o politici, sono le differenze culturali e linguistiche a prevalere;
fra gli ostacoli finanziari e/o di supporto particolarmente sentita è l'insufficienza degli interventi di assicurazione del credito estero;
nell’ambito degli ostacoli dimensionali, infine, la dimensione aziendale inadeguata, seguita dalla scarsità di personale e dalle carenze organizzative interne costituiscono le criticità più rilevanti per le Piccole e Medie Imprese del campione.


SERVIZI RITENUTI PRIORITARI DALLE IMPRESE

Anche la fruizione di servizi nell’ambito delle attività con l’estero da parte delle imprese campione risulta notevolmente ridotta.
Analizzando nello specifico i vari servizi utilizzati dalle imprese oggetto d’indagine, si osserva che esiste una correlazione piuttosto significativa fra questi ultimi e gli ostacoli percepiti in ambito internazionale. Per il 32,7% delle imprese intervistate sono le informazioni commerciali e di mercato e la legislazione doganale, unitamente alle ricerche di partners stranieri il servizio ritenuto prioritario, seguito a ruota dall’assicurazione dei crediti all’esportazione (25,7%), e dall’assistenza in materia di contrattualistica internazionale (20,8%).
Infine, i quattro comparti principali lasciano emerge l’importanza di essere assistiti nell’organizzazione della partecipazione a fiere specializzate e missioni all’estero.
FORME DI COLLABORAZIONE ALL'ESTERO
Il 32,7% delle imprese ha dichiarato di sperimentare o aver sperimentato in passato forme di collaborazione con aziende straniere non finalizzate alla commercializzazione dei propri prodotti.
Di queste, 15 appartengono al settore meccanico, 3 all’industria del legno, 4 al comparto abbigliamento/tessile/calzature e 4 al settore agroalimentare.
Tra le forme di collaborazione prese in esame, i risultati più rilevanti sono quelli delle cooperazioni produttive, seguite dalle Joint Ventures, ad eccezione del settore agroalimentare, che non ha segnalato alcuna Joint Venture. Di minore impatto sono gli accordi tecnici e/o formativi, e le cooperazioni finalizzate alla ricerca.
  Per quanto concerne il continente europeo, dall’indagine emerge una propensione a sviluppare forme di collaborazione in Spagna e Germania. A sorpresa, terzo paese europeo per importanza come partner delle nostre aziende è la Romania, con tutta probabilità grazie anche ai forti incentivi offerti alle imprese a seguito dell’ingresso nell’Unione Europea, nonché dei Fondi Strutturali previsti per gli investitori stranieri.
Al di fuori dall’Europa, invece, le nostre imprese si confermano interessate maggiormente a Stati Uniti e Cina.